L'IDEA CHE IL MONDO HA SULL'ARBITRO
Aggiornamento: 21 ago

Succede in ogni palazzetto, ogni weekend, in ogni sport: un fischio, una decisione, un boato. Metà del pubblico esulta, l'altra metà si volta verso l'arbitro con la stessa identica espressione — quella di chi ha appena visto un colpevole.
Nello stesso weekend, in televisione, un campione sbaglia un gesto decisivo — un tiro, un rigore, un passaggio — e perde una partita che contava davvero. Il giorno dopo i giornali lo chiamano ancora "campione". Qualcuno lo applaude comunque allo stadio. Con gli anni, quell'errore diventa parte della sua storia. A volte, perfino la parte più amata.
Nel 1994, ai Mondiali di calcio, Roberto Baggio si presenta sul dischetto nella finale contro il Brasile. Tira alto. L'Italia perde il titolo del mondo per quel rigore. Eppure, trent'anni dopo, Roberto Baggio resta uno dei calciatori più amati nella storia dello sport italiano. Quel rigore sbagliato non l'ha cancellato. È entrato a far parte di chi è.
Perdoniamo quasi tutti. Tranne lui
Perché a un campione perdoniamo l'errore — a volte lo amiamo anche per quello — e a un arbitro no?
Non è una domanda retorica. Ci ho girato intorno per anni senza trovare una risposta che mi convincesse davvero, finché non ho ascoltato qualcosa che me l'ha data in un modo che non mi aspettavo.
Cosa mi ha insegnato un podcast su un pallone vicino a una riga
Qualche settimana fa ho ascoltato una puntata di "Terzo Tocco", il podcast di Giovanni Carrosio. Parlava di un'idea di un sociologo di più di un secolo fa, Georg Simmel: finché in una discussione siete in due, esiste solo un rapporto di forza, io contro te. È l'arrivo di un terzo — qualcuno che non ha interesse a vincere — a trasformare uno scontro in qualcosa di ordinato. Un processo. Una partita. Una convivenza.
L'arbitro è quel terzo. E la parte che mi ha colpito di più è la spiegazione del perché gli obbediamo anche quando siamo sicuri che abbia sbagliato. Un sociologo del diritto, Niklas Luhmann, la chiamava "legittimazione attraverso la procedura": non ci fidiamo della decisione perché è vera. Ci fidiamo perché è stata presa nel modo giusto, da chi in quel momento aveva il titolo per prenderla. Non obbediamo al contenuto. Obbediamo alla forma.
È lo stesso motivo per cui un tribunale può emettere una sentenza sbagliata, e noi non buttiamo giù il sistema — teniamo in piedi il sistema che permette di emettere sentenze, di sbagliarle, e di correggerle. Se ogni decisione che non ci piace ci desse il diritto di rifarci giustizia da soli, non avremmo più giustizia. Avremmo solo la folla vicino alla riga, e chi urla più forte.
Perché lo amiamo lo stesso, e lui no
Ecco dove torna la domanda di partenza, con una risposta più chiara.
Un campione lo amiamo per quello che rappresenta: un sogno, uno sforzo, una storia in cui ci riconosciamo. Il suo errore ci fa male perché siamo dentro quella storia insieme a lui — e proprio per questo, quando si rialza, lo amiamo anche di più.
L'arbitro, per come è costruito il suo ruolo, non ha questo spazio. Deve essere invisibile quando le cose vanno bene — nessuno applaude un arbitro per una gara giocata in pace — e diventa visibile solo nel momento in cui c'è un errore da assegnare a qualcuno. Non gli abbiamo mai lasciato la possibilità di essere amato per quello che è. Solo quella di essere giudicato per quello che sbaglia.
C'è un dettaglio, in quel podcast, che racconta questa idea meglio di ogni spiegazione. Nella pallavolo esiste un cartellino verde, nato proprio in Italia: quando un giocatore sfiora la palla a muro — un tocco quasi sempre invisibile, che sente solo lui sulla pelle delle dita — può scegliere di restare zitto, oppure alzare la mano e autodenunciarsi, regalando il punto all'avversario. È un sistema che si fida della coscienza di chi ha sbagliato, non solo delle prove viste dall'alto. Diamo un premio a un giocatore che ammette un errore invisibile. Non ci viene ancora naturale dare la stessa fiducia, lo stesso rispetto, a chi passa la vita a fare esattamente questo: dire cosa è giusto, anche quando nessuno può controllarlo.
Quello che succede quando smettiamo di riconoscere un terzo
C'è un'altra idea di quella puntata che non mi sono più tolto dalla testa. Diceva che nei palazzetti di provincia — dove non c'è la moviola, non c'è la telecamera, c'è solo un ragazzo o una ragazza con un fischietto — volano più insulti che altrove. E la spiegazione comoda sarebbe: manca la tecnologia, manca la certezza.
È una spiegazione falsa. Il problema è più grande, e riguarda tutti, non solo lo sport: è una società che fatica sempre di più a riconoscere le figure "terze" — arbitri, ma anche giudici, insegnanti, medici, chiunque debba dire "le cose stanno così" anche quando a qualcuno non piace sentirselo dire. Ognuno si sente sempre più spesso arbitro di se stesso. E chi si fa giudice della propria causa, alla fine, non riconosce più nessun giudice.
Il palazzetto di provincia non è un'eccezione. È solo lo specchio più onesto di questo.
Vale anche fuori da un campo da gioco
In ogni team, in ogni azienda, c'è qualcuno che si prende la parte scomoda: far rispettare una scadenza, dire un no che non piace a nessuno, mediare un conflitto senza schierarsi con nessuna delle due parti. Quella persona, quando fa bene il suo lavoro, non la nota nessuno. Viene notata solo quando la sua decisione dà fastidio.
È lì che si vede la differenza tra un'organizzazione che ha capito questo e una che no. Nella prima, chi si assume questo ruolo viene protetto, capito, ringraziato anche quando non fa piacere a tutti. Nell'altra, viene lasciato solo a reggere l'urlo — esattamente come un arbitro senza moviola in un palazzetto vuoto.
Quel fischio, alla fine
Il fischio che scatena il boato, quel weekend, in quel palazzetto, non sparisce dalla memoria di chi lo dà — così come il rigore sbagliato non è mai sparito dalla storia di Roberto Baggio. La differenza è che a uno abbiamo lasciato lo spazio per restare amato lo stesso. All'altro, quasi mai.
Bisogna iniziare a parlare di arbitri. Non per difenderli — per capire davvero cosa chiediamo loro di reggere, ogni volta che si mettono in mezzo tra due che litigano.
Porto questa riflessione — insieme ad altre nate in vent'anni di campo — nei miei interventi in azienda e nelle federazioni, quando si parla di ruolo, autorità e rispetto reciproco. Se pensi che il tuo team o il tuo staff arbitrale abbiano bisogno di sentirla, scrivimi.




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