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PRESSIONE

14 set
Tempo di lettura: 3 min

C'è un istante, prima di una decisione che conta, che ogni arbitro conosce a memoria — di qualunque sport si tratti. Il gioco si ferma, gli occhi di tutti convergono su di te, e non c'è nessuno a cui passare la responsabilità di quello che stai per decidere. Quell'istante non è mai comodo. Neanche dopo

tanti anni.


Per molto tempo ho pensato che il mio compito fosse arrivare a non sentirlo più, quell'istante. Allenarmi abbastanza da renderlo indolore. Mi sbagliavo: quella tensione non va tolta. Va capita, e poi va usata.

Cosa dice davvero la ricerca sulla pressione

Nel percorso che sto facendo per diventare mental coach ho trovato un nome preciso per quello che il campo mi aveva già insegnato in modo empirico: mental toughness, la "tenacia mentale". Alcuni ricercatori — Jones, Hanton e Connaughton, tra i più citati su questo tema — la descrivono come un insieme di caratteristiche che vanno oltre la semplice resistenza fisica: una sicurezza di sé solida, una motivazione che non crolla al primo ostacolo, la capacità di gestire le emozioni sotto stress, una concentrazione che regge nel tempo.


La parte che trovo più utile, però, è come la definiscono nel dettaglio: mental toughness è la combinazione di tenacia — resistere senza sgretolarsi — e determinazione — continuare a spingere nonostante gli ostacoli. Sono due cose diverse. Puoi avere tenacia e restare fermo sul posto, oppure avere determinazione e crollare al primo urto se non hai costruito anche la tenuta. Servono entrambe, insieme.

Perché "stai calmo" non funziona

Il consiglio più comune che si sente girare — respira, rilassati, pensa positivo — parte da un presupposto sbagliato: che la pressione sia un errore del sistema, da correggere. Non lo è. È il segnale che quello che stai per fare ha un peso reale. Toglierla del tutto non sarebbe nemmeno desiderabile: senza un minimo di attivazione, si scende in campo — o in una trattativa importante — piatti, senza energia, con la lucidità di chi non ha nulla in gioco.


Il punto non è azzerare la tensione. È costruire, prima che arrivi il momento critico, la capacità di starci dentro senza che ti travolga.

Cosa cambia in azienda

Nel lavoro che faccio ogni giorno accanto a imprenditori e manager, il meccanismo che ho descritto sopra si ripresenta identico: cambia solo la scena. Non ci sono spalti, c'è una riunione decisiva, un numero da consegnare, una scelta che non si può rimandare oltre.


E l'errore più comune è lo stesso di chi arbitra: aspettare che la pressione passi da sola prima di agire. Non passa da sola. Si allena — nei momenti piccoli, quelli che nessuno vede: una decisione scomoda presa per tempo invece che rimandata, un confronto difficile affrontato invece che evitato, un errore chiuso in fretta invece che portato dietro per settimane.


I team che reggono meglio i momenti decisivi, per quello che vedo lavorando con loro, non sono quelli senza pressione — non esistono team così. Sono quelli che hanno costruito, con calma, prima del momento critico, un modo condiviso per starci dentro: ruoli chiari, tempi di decisione definiti, la libertà per ciascuno di dire "questa è la mia lettura della situazione" senza dover aspettare il via libera di qualcun altro.

Tornare a quell'istante

Quell'istante di cui parlavo all'inizio, in tutti questi anni, non è mai diventato comodo. È diventato gestibile. Non perché la tensione sia sparita — non sparisce mai — ma perché ho smesso di considerarla un nemico da eliminare e ho imparato a leggerla per quello che è: la prova che sto facendo qualcosa che conta davvero.


Non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. È un allenamento che si ripete, decisione dopo decisione — in campo come in un consiglio di amministrazione.


 
 
 

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