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IL CORAGGIO DI PRENDERE DECISIONI

  • 22 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Della figura arbitrale si vede sempre la stessa cosa. Il fallo fischiato contro. L'errore. Il cartellino.

Ma nessuno si ferma mai su una domanda fondamentale: se le decisioni non le prende lui, chi le prende?

Decidere è il lavoro

Prendere decisioni, per un arbitro, significa questo: davanti a ogni situazione, ogni problema, ogni momento scomodo — decide. Bianco o nero. Fallo o non fallo. Non esiste la via di mezzo. Non esiste la mezza decisione. Ogni scelta si divide in due: sì o no. Il forse non è contemplato.

È una cosa che spiego spesso ai giovani arbitri, perché capirla cambia tutto. Non si tratta solo di conoscere il regolamento. Si tratta di interiorizzare qualcosa di più profondo: che in campo hai una responsabilità precisa, e quella responsabilità ha un nome. Si chiama decisione. E va presa — sempre, anche quando non ne avresti voglia, anche quando la situazione non ti aiuta, anche quando sai già che qualcuno non sarà d'accordo.

Nel tempo, questo costruisce qualcosa di straordinario. L'essere umano che sta dietro a quella divisa sviluppa una capacità che pochi altri ruoli richiedono: decidere in pochi secondi. A volte in frazioni di secondo. Perché in campo non può fare altrimenti. Non c'è tempo per aspettare, rivalutare, dormirci su. C'è solo quel momento, e quello che riesci a vedere in quel momento.

Quando gli elementi non bastano mai

Ma quanto è scomodo decidere?

Tantissimo. Davvero tanto. E non lo diciamo per giustificare gli errori.

Lo diciamo perché in certi momenti la palla viaggia a velocità che l'occhio umano fatica a seguire. Una palla decisiva viene attaccata, il muro avversario forse la tocca — forse no — è dall'altra parte della rete. La palla finisce vicinissima alla linea: dentro? Fuori? Un giocatore copre la visuale. L'arbitro torna con lo sguardo sulla rete: si muove. Ma chi l'ha toccata?

Tutto questo succede in meno di un secondo.

"Fai rifare, che problema c'è?"

Facile a dirsi. Se un arbitro dovesse far rigiocare ogni azione in cui non ha tutti gli elementi, ci troveremmo a giocare partite di quindici ore. E comunque non sarebbe la soluzione — perché il problema non è la mancanza di tempo, è la natura stessa della situazione: ci sono momenti in cui le informazioni complete semplicemente non esistono. Non per nessuno.

Allora si fa altro. Si raccolgono le informazioni disponibili: lo sguardo di un giocatore, la reazione della panchina, la traiettoria della palla, il supporto del collega, il movimento degli atleti. Si guarda sotto ogni tappeto. In una frazione di secondo. E poi si decide — con gli elementi che ci sono, non con quelli che si vorrebbe avere. Perché aspettare di avere tutto non è un'opzione. Non lo è mai.

Questo è il punto che molti non capiscono dall'esterno: non si tratta di decidere quando è facile. Si tratta di decidere proprio quando è difficile. Quando la visuale è coperta. Quando il tempo è scaduto. Quando la pressione è al massimo.

Prova tu, per un momento

Se non sei arbitro, prova questo.

Sei in autostrada — meglio ancora, in un'area di servizio. Guarda una macchina passare a velocità sostenuta. Nello stesso momento: il conducente è uomo o donna? Quante persone ci sono a bordo? Che modello è? Che colore? E la targa — riesci a memorizzarla?

Ce la faresti?

Quella è la pressione cognitiva che vive un arbitro. Su ogni pallone. Per tutta la partita. Con in più il rumore del pubblico, la tensione del punteggio, la consapevolezza che quella decisione — quella, adesso — potrebbe cambiare il risultato.

Non è un dettaglio. È la condizione normale in cui opera chi arbitra.

Le conseguenze che nessuno vede

C'è un altro aspetto che spesso viene ignorato.

Decidere significa anche assumersi le conseguenze. Ogni fischiata ha un effetto: su chi è in campo, su chi guarda, sull'equilibrio della partita. Un arbitro lo sa. Non può non saperlo. E nonostante questo — o forse proprio per questo — impara a stare nella scomodità senza paralizzarsi.

Impara che rendere felice tutti non è possibile. Che qualcuno sarà sempre in disaccordo. Che la critica fa parte del ruolo quanto il fischietto. E che rimandare una decisione difficile non la rende meno difficile — la rende solo più tarda, e spesso peggiore.

Questa consapevolezza, a lungo andare, plasma il carattere. Non si diventa arbitri indifferenti. Si diventa arbitri consapevoli: capaci di decidere pur sapendo il peso di quella decisione.

Cosa rimane fuori dal campo

Chi arbitra impara qualcosa che nessuno gli ha ordinato di imparare.

Lo fa perché ama il ruolo. Perché crede che il suo sport abbia bisogno di qualcuno che decida. Ma da lì ne esce diverso — perché questa capacità non rimane in campo quando esci dallo spogliatoio. La porta con sé. Al lavoro, nei rapporti con gli altri, nelle scelte difficili della vita quotidiana.

Si vede nei giovani arbitri. Nel giro di qualche stagione diventano più presenti, più capaci di stare nell'incertezza senza bloccarsi, più abituati a scegliere anche quando non è comodo farlo. Vanno controcorrente rispetto a chi aspetta sempre il momento giusto, le condizioni perfette, l'occasione ideale.

Il momento giusto, spesso, non arriva. Bisogna crearselo. E chi ha imparato a decidere in campo lo sa meglio di chiunque altro.

Non è un caso se molti ex arbitri si trovano bene in ruoli che richiedono leadership, gestione dello stress, capacità di stare sotto pressione. Hanno allenato quel muscolo ogni weekend, su ogni pallone, in ogni azione difficile. E i muscoli allenati non si dimenticano.

Il coraggio che non si vede

Prendere decisioni significa riuscire a scegliere anche nei momenti più scomodi. Quando il pubblico urla. Quando manca un minuto alla fine. Quando quella decisione renderà felice qualcuno e farà arrabbiare qualcun altro.

Significa scegliere bianco o nero quando non hai tutti gli elementi per farlo. Significa assumerti la responsabilità di quella scelta, qualunque sia l'esito. Significa farlo di nuovo, tre minuti dopo, su un'altra azione, con la stessa lucidità.

È un coraggio silenzioso. Non fa notizia. Non viene celebrato. Spesso viene criticato.

Ma è un coraggio reale. E chi lo esercita ogni settimana, in campo, lo porta con sé ovunque vada.

 
 
 

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