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L'ARBITRO E L'ERRORE

  • 18 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

C'è una cosa che nessun corso arbitrale insegna.

Non compare nelle slide delle federazioni, non viene spiegata nelle riunioni tecniche, non la trovi nei manuali del regolamento. Eppure sono convinto che dovrebbe essere la prima cosa che si dice a chiunque inizi questo percorso. Un concetto semplice, brutalmente onesto, e per questo potentissimo.

Quando fai l'arbitro, hai una sola certezza: sbaglierai.

Sempre.

Non intendo che commetterai errori gravi, quelli che cambiano il risultato di una partita e finiscono nei commenti il lunedì mattina. Intendo qualcosa di più preciso: non sarai mai perfetto al 100%. Mai. Nemmeno nelle giornate migliori. Nemmeno quando ti senti in forma, lucido, concentrato. Nemmeno dopo anni di esperienza. Ci sarà sempre qualcosa — una decisione borderline, una visuale coperta, una frazione di secondo in cui il tuo occhio non è arrivato dove doveva arrivare.

Sempre.

E il punto non è rassegnarsi. Il punto è partire da lì.

Perché la perfezione non esiste — questo lo sappiamo tutti, è quasi un luogo comune. Ma esiste chi la insegue. Chi si avvicina. Chi costruisce un metodo, una disciplina, una concentrazione talmente alta da ridurre l'errore al minimo. Ed è esattamente quello che fa un arbitro ogni domenica: insegue la perfezione sapendo già che non la raggiungerà mai del tutto. E questa consapevolezza, paradossalmente, lo rende più libero di chiunque altro.

Perché quando sali su quel seggiolone per la prima volta, quando ti metti il fischietto in mano e scendi sul parquet o sul terreno di gioco, sai già che qualcosa la sbaglierai. Non è un'ipotesi. È una certezza. E allora succede qualcosa di straordinario: invece di paralizzarti di fronte a quella possibilità, impari ad accoglierla. Impari a stare nell'errore senza crollarti sopra. Impari a sbagliare, guardarlo in faccia, e continuare.

Questa è una delle competenze più rare che esistano. E gli arbitri la sviluppano fin dal primo fischio.

Nei primi anni si sbaglia tanto. Un fallo non visto, una palla giudicata fuori che era dentro, un provvedimento disciplinare un po' affrettato. Quegli errori che fanno arrabbiare i giocatori, le squadre, il pubblico. Errori che fanno male, che ci si porta a casa la sera, su cui si rimuginare. Ma che — ed è qui la differenza — non bloccano. Non spengono. Non fanno smettere.

Perché l'arbitro sa già che fanno parte del gioco.

Pensa invece a quello che succede fuori dal campo. Nel lavoro, nelle relazioni, nella vita quotidiana. Quante volte abbiamo rimandato una scelta per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo taciuto qualcosa per non dire la cosa sbagliata? Quante volte ci siamo fermati un secondo prima di provarci davvero, perché il pensiero di fallire era più forte del desiderio di riuscire?

Troppo spesso viviamo in una cultura in cui l'errore è proibito. In cui sbagliare significa perdere credibilità, deludere qualcuno, dimostrare di non essere all'altezza. E questa paura — silenziosa, diffusa, spesso inconsapevole — ci rende fragili. Ci fa agire in difesa invece che in attacco. Ci fa scegliere la strada sicura invece di quella giusta.

Gli arbitri, per fortuna, non hanno questa opzione.

Da subito — dal primo giorno, dalla prima partita, dal primo errore — imparano a fare i conti con i propri limiti in modo diretto, concreto, a volte brutale. Il tuo errore non rimane privato: lo vede il pubblico, lo vede la panchina, lo vedono i giocatori in campo. Non puoi nasconderlo, non puoi rimandarlo, non puoi minimizzarlo. È lì, sotto gli occhi di tutti, e devi andarci avanti lo stesso.

E nel tempo — partita dopo partita, stagione dopo stagione — succede qualcosa di meraviglioso. L'errore smette di fare paura. Non perché non faccia più male: fa ancora male, eccome. Ma perché diventa familiare. Riconoscibile. Gestibile. L'arbitro e l'errore diventano amici. Non nel senso che l'arbitro si accontenta di sbagliare, ma nel senso che sa come starci insieme senza farsi distruggere.

È un'amicizia scomoda, a volte conflittuale. Ma è un'amicizia solida.

E questa cosa — questa capacità di accogliere l'errore senza chiudersi a riccio, senza smettere di provarci, senza perdere la lucidità — è una delle competenze più preziose che un essere umano possa sviluppare. Vale in campo. Vale al lavoro. Vale nelle relazioni. Vale in ogni momento in cui la vita ti mette davanti a una scelta difficile e il rischio di sbagliare è reale.

Ecco perché sono convinto che arbitrare — anche solo una partita, anche solo una volta — dovrebbe farlo chiunque. Non per imparare il regolamento. Non per capire lo sport. Ma per sperimentare cosa si prova a sbagliare davanti a tutti, a stare in piedi lo stesso, e a continuare a decidere.

Perché non aver paura dell'errore non è una qualità innata. È una competenza che si allena. E chi la allena ogni domenica, con il fischietto in mano, la porta con sé ovunque vada.

Buttati. Sbaglia. Capisci come migliorarti. L'errore non è il tuo nemico. È il tuo allenatore più onesto.

 
 
 

1 commento


Alberto Iacomucci
Alberto Iacomucci
18 giu

Sbagliare non è prerogativa dell’arbitro, ma dell’uomo. L’arbitro se ne rende conto solo prima.

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