top of page
LOGO BIANCO ADN.png

LA CULTURA DI SBAGLIARE: perché chi ha paura di sbagliare smette di crescere

29 lug
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 21 ago



Sono le 21:14 di una sera di ottobre. Palazzetto pieno, punteggio in bilico. Alzo il braccio e fischio un fallo che non c'è.

Me ne accorgo un secondo dopo, mentre la panchina esplode e centinaia di persone urlano tutte insieme. Non posso tornare indietro. Posso solo decidere cosa fare del secondo che segue.

Quel secondo, in vent'anni di arbitraggio, l'ho vissuto migliaia di volte. E ho capito che è lì — non nell'errore in sé — che si gioca tutto.


Cresciamo con un'idea sbagliata sull'errore

Da bambini impariamo presto che sbagliare è qualcosa da nascondere. Il voto basso da non far vedere, l'oggetto rotto da non ammettere, la risposta sbagliata che fa arrossire davanti alla classe. Nessuno si siede con noi a spiegarci che l'errore non è un'eccezione nel percorso: è una parte strutturale di qualsiasi attività che richiede decisioni in tempo reale.

Il risultato è un adulto che, davanti a un errore, spende più energie a nasconderlo che a usarlo. In campo, a casa, al lavoro, a scuola: la sequenza è sempre la stessa. Sbaglio, mi vergogno, nascondo, ripeto lo stesso errore perché non l'ho mai davvero guardato in faccia.


Cosa succede davvero quando un arbitro sbaglia

Un fischio sbagliato non si può ritirare. La gara continua, e con essa continuano le decisioni: la prossima, e quella dopo, e quella dopo ancora. Chi si ferma a rimuginare sull'errore appena commesso arriva alla decisione successiva già in ritardo, già meno lucido — e la sbaglia pure quella.

Non è l'errore a rovinare una gara. È quello che succede nei trenta secondi dopo.

Per questo la competenza che un arbitro allena davvero non è "non sbagliare mai" — nessuno ci riesce, in nessun mestiere. È tornare operativo subito dopo l'errore. Metabolizzarlo mentre la partita corre, non a bordo campo con la testa tra le mani.


Il cambio di paradigma: l'errore come materiale da costruzione

C'è un momento preciso in cui, in carriera, smetti di vivere l'errore come una condanna e inizi a vederlo come informazione. Un fischio sbagliato non ti dice che sei incapace. Ti dice esattamente dove guardare la prossima volta: una posizione in campo da correggere, un timing da anticipare, un segnale che non hai letto.

È lo stesso principio, capovolto, di quando si allena qualcosa di fisico: il muscolo non cresce nonostante lo sforzo, cresce grazie allo sforzo che lo rompe leggermente e lo costringe a ricostruirsi più forte. L'errore, gestito bene, funziona identico. Ti rompe un'illusione — quella di aver già capito tutto — e ti costringe a ricostruire il giudizio un pezzo più solido.

Chi evita l'errore per paura non sta proteggendo la sua crescita. La sta congelando.


Perché nelle aziende la "cultura dell'errore" resta spesso solo uno slogan

Qui viene la parte scomoda.

Moltissime aziende scrivono "cultura dell'errore" nei valori aziendali, nelle slide di onboarding, nei post LinkedIn dell'HR. Poi, alla prima occasione reale, quell'errore finisce in una valutazione di performance, in un richiamo davanti al team, in un giudizio che resta appiccicato addosso alla persona per mesi.

Il messaggio che arriva ai dipendenti non è "qui puoi sbagliare". È "qui, se sbagli, conviene che nessuno se ne accorga". E un'organizzazione dove conviene nascondere l'errore è un'organizzazione che smette di scoprirli finché non diventano troppo grandi per essere nascosti.

La differenza tra una vera cultura dell'errore e uno slogan si vede in un solo momento: cosa succede nei cinque minuti dopo che qualcuno ammette di aver sbagliato. Se quei cinque minuti servono a capire cosa è successo, la cultura è vera. Se servono a capire di chi è la colpa, è solo una scritta sul muro.


Come si costruisce, davvero, una cultura dell'errore

In campo, ho imparato che si tiene insieme con tre cose concrete.

Si rivede l'errore a mente fredda, subito. Non dopo settimane, non nella riunione trimestrale. L'errore analizzato a distanza di ore, mentre è ancora chiaro cosa lo ha causato, insegna. Analizzato a distanza di mesi, quando ormai lo si ricorda solo come un'onta, non insegna più niente: fa solo male.

Si separa la persona dall'episodio. "Ho sbagliato quel fischio" è una frase diversa da "sono un arbitro scarso". La prima apre una correzione. La seconda chiude un giudizio. Nei team dove un errore diventa immediatamente un'etichetta sulla persona, la gente smette di segnalare i problemi finché non esplodono.

Si rende l'ammissione più conveniente del silenzio. Quando in campo ammetto un errore — a un giocatore, a un allenatore, a un collega in cabina — il rispetto che ricevo aumenta, non diminuisce. Succede lo stesso in un'azienda: un leader che ammette un proprio errore in pubblico, senza spettacolarizzarlo, autorizza tutti gli altri a fare lo stesso. Chi lo nasconde, autorizza tutti gli altri a nascondere.


Quel fischio sbagliato, alla fine

Sono tornato a vedermi quel fischio la sera stessa, sul video della gara. Ho capito dove avevo sbagliato posizione, ho corretto quella lettura per la stagione successiva. La gara di quella sera l'ho comunque portata a termine — perché nei trenta secondi dopo l'errore ho scelto di restare dentro la partita, non fuori a leccarmi la ferita.

Non ho smesso di sbagliare, ovviamente. Chi arbitra da vent'anni ha una collezione di errori più lunga di chi ne arbitra da due — semplicemente perché ha giocato più partite. Quello che è cambiato è cosa faccio nei secondi dopo.

È la stessa domanda che farei a qualsiasi azienda prima di scrivere "cultura dell'errore" su un muro: cosa succede davvero, da voi, nei cinque minuti dopo che qualcuno ammette di aver sbagliato?

Se la risposta vi imbarazza, avete già capito da dove iniziare.



Porto questa riflessione — insieme ad altre nate in vent'anni di campo — nei miei interventi in azienda, quando si parla di gestione dell'errore, pressione e decisioni difficili. Se pensi che il tuo team abbia bisogno di sentirla, scrivimi.

Commenti


bottom of page